Il libro del profeta Gioele è breve ma allo stesso tempo
affascinante e originale per chi ne sa cogliere il senso, per chi da esso si
lascia interpellare. Nelle sue righe troviamo l’invito al pentimento, al
ravvedimento e alle benedizioni che da esso ne verranno.
Ogni giorno nelle nostre vite a volte “subiamo” e altre volte
– anche senza rendercene conto – siamo “artefici” di diverse forme di violenza,
sofferenza e ingiustizia. Situazioni che creano una “distanza” dalla fonte di
vita che è Dio e dal godere delle sue benedizioni e della pace che Egli
promette a coloro che mantengono la loro mente ferma in Lui e in Lui confidano
(Isaia 26:3).
Il libro di Gioele (cap. 1:1-4) si apre con un’invasione di
cavallette, locuste, bruchi e grilli. Dalla terra del Signore sparisce tutto
ciò che è verde, gli uomini vengono privati da ogni fonte di cibo, tutto è
divorato, anche le cortecce degli alberi sono rosicchiate. La corteccia di un
albero non ha semplicemente uno scopo ornamentale ma svolge un ruolo importante
nella vita di una pianta, essa protegge le fibre legnose in cui scorrono i
canali linfatici, è un po’ come se fossero le nostre vene dove scorre il sangue
che per gli alberi è la linfa. Ecco, che l’allontanamento da Dio ci scortica,
ci priva di quella protezione necessaria a garantire la nostra “sopravvivenza”
o meglio la “vita” stessa. Allontanarci da Dio non solo è deleterio per la
nostra esistenza ma diventa motivo di scoraggiamento e di dubbio anche per chi
assiste al nostro vituperio (infamia, disonore, ingiuria) tanto da portare il
nostro “prossimo” a dire di noi: dov’è il loro Dio? (Gioele 2:17).
Ecco che il Signore manda il suo profeta per destare il
popolo dal suo sonno idolatrico, dal suo sonno etico, dal suo sonno immorale e
dal suo sonno della morte spirituale. L’invio di un profeta attesta che il Signore
non ha ancora smesso di amare il suo popolo, non ha ritirato il suo amore e la
sua benevolenza; finché il Signore manderà un profeta c’è sempre una speranza
di salvezza. Dio attraverso la Sua parola incontra l’uomo per dargli la
possibilità di cambiare ciò che sembra apparire irrimediabilmente compromesso.
Quando il peso delle situazioni difficili si fa sentire,
quando lo stress ti schiaccia e ti porta ad assumere atteggiamenti scontrosi e
irrequieti verso chi ti circonda rovinando le relazioni interpersonali, quando
la malattia ti deprime, quando le emozioni negative prendono il controllo su di
te facendoti assumere atteggiamenti di critica, quando per esprimerlo secondo
le parole del profeta Giona “la gioia viene meno tra i figli degli uomini” (Gioele
1:12), ecco il grido esortativo:
Svegliati (Gioele 1:5). Prendi cioè coscienza
della gravità della situazione, prendi coscienza delle conseguenze deleterie
per te e per chi ti circonda, arrenditi davanti a Dio e riconosci che senza di
Lui non puoi fare nulla.
Piangi (Gioele 1:5). Il pianto è segno che
quella cosa, quel problema, quell’evento ti sta segnando profondamente. Dopo aver
preso coscienza della tua situazione allora piangi, un pianto liberatorio di
chi ha bisogno di lasciare il controllo a Dio, di chi si rende conto che da
solo è incapace di gestire cristianamente in modo sano i pesi quotidiani senza
nuocere a se stesso e a chi gli sta vicino.
Digiuna (Gioele 1:5). L’uomo che digiuna è
colui che si priva di ciò che è necessario per vivere (il cibo), per cogliere
con più chiarezza cosa sia “essenziale” nell’esistenza. Di che cosa ti stai
nutrendo? Con cosa stai cercando oggi di soddisfare i tuoi bisogni? Dove stai
cercando di trovare le soluzioni ai tuoi problemi? Forse hai bisogno di
privarti di quel cibo scarso che a nulla serve ma che ti sembra così
necessario, per fare spazio a Colui che è l’essenziale nella tua vita. Hai bisogno
di un cambio radicale nella tua vita. Venite
a me voi tutti che siete affaticati e oppressi ed io vi darò riposo (Matteo
11:28).
Solo dopo esserti messo nella giusta posizione davanti a Dio
(dopo esserti svegliato, dopo aver pianto e digiunato), allora Egli promette:
“Dopo questo avverrà
che io spanderò il mio Spirito sopra ogni carne; i vostri figli e le vostre
figlie profetizzeranno; i vostri vecchi faranno sogni, i vostri giovani avranno
visioni” (Gioele
2:28).
Qual è il senso profondo di questo testo? Il dono dello
Spirito è universale (su ogni carne, su ogni uomo). L’antica speranza di
Israele espressa dalle parole di Mosè “Fossero tutti profeti nel popolo dell’Eterno
e volesse l’Eterno mettere il Suo Spirito su di loro” (Numeri 11:29), trova
compimento in questo testo di Gioele.
Perché l’essere profeta non va inteso soltanto come
colui che sotto ispirazione divina “predice il futuro” ma come colui che sa
leggere nella sua quotidianità la presenza costante dell’Eterno e sa mettere in
crisi le sue scelte concrete partendo dalla sua radicale fede in Dio.
È grazie allo Spirito riversato nel cuore dell’uomo che la
realtà acquista un senso diverso, che l’essenziale si rivela nella sua bellezza
e che si arriva alla profonda conoscenza di Dio e di se stessi. Nell’invocare
il nome dell’Eterno consiste la nostra salvezza:
“E avverrà che chiunque
invocherà il nome dell’Eterno sarà salvato…” (Gioele 2:32).
Invocare il nome dell’Eterno non è un semplice nominarlo in
modo astratto ma è cogliere nel Suo nome la nostra vocazione, missione, il suo
sigillo su ognuno di noi. È un invito ad una comunione intima e ad un rapporto
diretto con Dio il quale ci salverà da noi stessi e dalle catene che ci legano,
una liberazione che prende luogo adesso, nel presente, nel “qui ed ora”,
mostrando il male in tutta la sua impotenza, destinato alla fine.
Non c’è problema e situazione sfavorevole sui quali Dio non
possa intervenire. Tornare a Dio e sperare nella sua salvezza non è una fuga
dalla realtà ma la certezza che questa vita e tutto ciò che conta veramente in
questa vita, non è destinato a perire. L’Eterno eseguirà il suo giudizio sul male ma anche su coloro
che compiono il male:
“L’Eterno ruggirà da
Sion e farà sentire la sua voce da Gerusalemme, e i cieli e la terra
tremeranno. Ma l’Eterno sarà un rifugio per il suo popolo e una fortezza per i
figli d’Israele”
(Gioele 3:16).
Questo dovrebbe stimolarci oggi a rivoltarci decisamente su
tutto ciò che degrada la nostra esistenza e ci rende schiavi e portarci a
decidere fermamente di rifiutare il male in tutte le sue forme (verbali,
attitudinali e fisiche) e avere la certezza e credere che Colui che è Vita è
molto più forte della morte (sia essa fisica che spirituale).
“E voi mangerete in
abbondanza e sarete saziati e loderete il nome dell’Eterno che per voi ha fatto
meraviglie e il mio popolo non sarà mai più coperto di vergogna” (Gioele 2:27)