
La nostra natura pur riconoscendo la necessità urgente di un
ordine, resiste tuttavia alle restrizioni. Desideriamo che gli altri rispettino
la legge quando ci conviene, ma ci disturba osservarla a nostra volta. Non possiamo
però ignorare che la legge è la disciplina necessaria perché possiamo ricevere
una formazione. Le contraddizioni dell’essere umano, diviso tra desideri e
debolezze, richiedono una pedagogia della legge che ci insegni a regolare le
nostre relazioni con gli altri.
Così come le leggi dello spazio agiscono sull’universo e gli
astri, gli atomi, la materia, l’energia si reggono su leggi fisiche immutabili
che se violate scatenerebbero processi di distruzione irreversibili; così come
le leggi della vita sono immutabili, regolano la nascita, la crescita, la
riproduzione tanto della cellula vegetale più elementare che dell’essere umano
e sappiamo che la violazione delle leggi biologiche porta con sé sofferenza,
degenerazione, malattia e morte; allo stesso tempo le leggi dello spirito (per una lettura completa leggete nelle
vostre Bibbie in Esodo 20:1-17/ Deuteronomio 5:6-21) sono relazionate con
la vita e reggono la sfera più elevata della realtà umana: il nostro senso del
bene, la verità, la bellezza, il nostro pensare, il nostro agire, il nostro
desiderare, amare e creare.
Le leggi divine sono immutabili, impossibili da eludere, Dio
che ci ha dato un codice genetico per garantire la permanenza delle nostre
strutture biologiche, ci ha dato anche un “codice etico” per aiutarci a
strutturare in modo sicuro i valori della nostra coscienza. Sono regole del
gioco della nostra esistenza e trasgredirle significa entrare in conflitto con
l’essenza stessa della vita, ecco perché tanto disorientamento oggi.
Ecco che il “Decalogo: dal greco deka – dieci e logos – parola”
ossia i “Dieci Comandamenti” scritti con il dito di Dio e dati a Mosè sul Sinai
non è tanto un insieme di ordini, ma un orientamento. Più che una legge pura e
semplice è un cammino che ci viene posto davanti perché lo seguiamo, esso che
potrebbe apparire un vincolo, un tentativo di rendere schiavo l’uomo, è invece
per paradosso un orizzonte di libertà voluto da Dio. Ci sono almeno tre
significati di “liberazione” presenti nel decalogo:
1.
Esso
ci libera innanzitutto dall’incertezza riguardo al fare, dall’angoscia di non sapere che cosa dobbiamo
fare.
2.
In
secondo luogo ci libera da tanti sentimenti negativi che albergano
facilmente nel cuore dell’uomo e che lo rendono schiavo: si può dire che si
impossessano di noi e noi diventiamo “strumenti” di questi sentimenti negativi
che sono ostili nei confronti del prossimo.
3.
E
infine il decalogo ci orienta verso l’amore. Amore per Dio, per la vita,
per il prossimo.
Che cos’è allora veramente il “Decalogo”? E’ un insieme di proibizioni di Dio per noi viste quindi
come la privazione della nostra libertà? O è invece la vera libertà che ci
mette davanti Dio, la vera liberazione da quella schiavitù che ha a che fare
con il “culto della creatura” che si sostituisce al Creatore?
Perché il “peccato”, o se ci disturba tanto questa parola,
possiamo dire il malessere, l’insoddisfazione, il disorientamento, la mancanza
di pace, di serenità, di vera realizzazione, non è altro che il “rifiuto di
Dio”; il rifiuto della sua buona volontà per la felicità dell’uomo; la mancanza
di fiducia nella Sua Parola; il volere fare a modo nostro; il volere stare al
centro dell’universo; il volere prendere il posto del Creatore; il volere
considerarsi capaci di esercitare una buona “giustizia” senza la guida di Dio;
in due parole: “egocentrismo” ed “egoismo”.
Non deve sorprendere se oggi abbiamo perso il controllo della
situazione, se viviamo in un mondo in cui c’è la lotta per la sopravvivenza, il
più forte prevale sul più debole, chi possiede
e chi gestisce il potere si arroga il diritto di dominare sull’altro, la
libertà personale va difesa a tutti i costi anche se questo significa mancare
di rispetto all’altro, al prossimo.
Ecco allora che il “ritorno
alla legge assoluta di Dio” è necessario per stabilire lo spazio entro il
quale la nostra libertà va esercitata nel rispetto dei nostri simili. La vera libertà
va imparata.
Ecco allora che desiderare con tutto il cuore di tornare a
camminare nelle vie di Dio (le sue leggi, i suoi comandamenti) significa
tornare a fidarsi di Dio, riconoscere che senza di Lui non possiamo fare nulla
(Giovanni 15:5) – nulla di buono si intende – perché senza Dio ne facciamo
tante di cose… ma rimangono più che discutibili.
Ecco che allora il decalogo fonda le relazioni sull’armonia
che è il criterio di tutte le relazioni corrette tra Dio, l’uomo e il prossimo.
La persona umana vive all’interno di complesse relazioni.
L’uomo fa parte di una famiglia, di un’unità politica, di una comunità
religiosa e ad esse è legato da complesse trame affettive, economiche e
sociali. Quindi è “giusto” tutto ciò che promuove l’insieme di queste relazioni
in una direzione corretta. In questo modo, la giustizia di Dio non indica tanto
la sua capacità di giudicare il trasgressore ma piuttosto la volontà di pace e
armonia per gli uomini, così come il valore della fedeltà alla sua parola, in
ogni circostanza della vita.
Il decalogo, nonostante la sua brevità, entra in tutti gli
aspetti della vita. Esso inoltre non ci tratta come trasgressori ai quali
bisogna imporre delle norme ma come uomini liberi e intelligenti capaci di
scegliere la via giusta che Dio ci pone davanti. È come sentirci dire: “ti
amo così tanto che ti ho creato libero e tu dovrai scegliere da solo ma
desidero con tutto me stesso che tu scelga la vita. Abbi fiducia in me. Il male
in tutte le sue forme, conduce alla morte e tu non puoi comprendere il rischio
che corri”.
In un modo speciale, il decalogo ci insegna che se
desideriamo realizzarci pienamente come essere umani, dobbiamo seguire le
proposte divine.
I Dieci Comandamenti sono dieci parole di libertà, per una
relazione pura e vera con Dio e con il prossimo. Chi comprenderà queste parole
come la voce dell’amore, non le percepirà come restrizioni ma come
“liberazione”.
Nelle prossime riflessioni andremo quindi ad analizzare ognuno
di questi comandamenti e l’implicazione pratica che hanno per la nostra
quotidianità. Se vogliamo liberarci da ogni frustrazione, insoddisfazione, dubbio,
incoerenza, rabbia… diamo una possibilità a Dio, facciamo esperienza del Suo
amore, un’esperienza che può scaturire solo nella “conoscenza” che di Lui
abbiamo attraverso la Sua parola.
E se qualcuno non l’ha ancora conosciuto o pensa che non
esista, si dia almeno una possibilità, in questo mondo ormai alla deriva, se ne
cercano tante di soluzioni, si è disposti a provare di tutto e spesso a nostro
svantaggio, con risultati pessimi; perché allora non provare quella che
potrebbe essere la vera soluzione? Perché non iniziare a camminare in questo
sentiero per molti sconosciuto ma che conduce alla vera vita?
Spero che queste parole, anche nel cuore più ferito, più
stanco di lottare, più stanco di credere che ci sia ancora qualcosa in cui
sperare, possano fare nascere anche il più piccolo “sospetto” che forse, in
fondo in fondo, se davvero lo vogliamo e lo cerchiamo Dio c’è e il cammino che
ci pone davanti è davvero per il nostro bene:
“Questo comandamento che oggi ti do, non è troppo alto per
te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per me
in cielo, per prendercelo e farcelo udire in modo che lo possiamo eseguire? Non
è al di là del mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare, per
prendercelo e farcelo udire, affinché lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola
è molto vicina a te, è nella tua bocca e
nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Deuteronomio 30:11-14).
Continua….